Aprile, 26

ABITUDINI, 7 su 7
INDICE:
- PLAYLIST DI APRILE
- L'ARTE DI AMARE
- “Get Ready With me” and “A Day in The life”: perché siamo così ossessionati dalle abitudini degli altri?
PLAYLIST DI APRILE
L'ARTE DI AMARE
Avendo un padre e un fratello entrambi laureati in filosofia, nella libreria di casa mia sono presenti molti saggi poco seducenti, che fin da quando ero piccola evitavo accuratamente di scegliere come letture. Hegel, Kant, Schopenhauer: tutti con titoli decisamente poco allettanti.
Un giorno, però, mentre cercavo un mio romanzo nella libreria dei miei, mi sono imbattuta in uno di quei libricini dall’aspetto simile a quelli che, ormai per assioma, evitavo. Questa volta, invece, sarà stato il titolo, L’arte di amare di Erich Fromm, mi ha conquistata. Forse anche perché, a 22 anni, non ho più la pretesa di dover capire proprio tutto tutto di ciò che leggo.
Fromm è uno psicoanalista tedesco che ha dedicato i suoi studi a comprendere in che modo la società e l’ambiente circostante influenzino l’individuo nella sua unicità. Per capire l’essere umano, e soprattutto in un’ottica psicanalista, per trovare una cura ai suoi disagi, bisogna partire, prima ancora che dagli aspetti biologici, dalle influenze sociali che lo hanno formato.
Ed è proprio all’interno di questa società che l’uomo deve agire attivamente. E qual è, secondo Fromm, la modalità più alta e autentica attraverso cui possiamo esprimere la nostra potenza interiore? Amare.
Questa azione, per Fromm, è un’arte. E, in quanto arte, va esercitata: richiede disciplina, pratica, attenzione. Nella lettura non ci ho trovato nulla di rivoluzionario, eppure mi ha fatto un certo effetto vedere applicato un approccio così pragmatico a un tema che oggi viene trattato in tutt’altro modo. Detto ciò il libro è stato scritto nel 1956 quindi ci sta che sia un po’ “invecchiato”
Comunque tutto questo mi ha portato ad una riflessione della quale mi sono fatta carico in quanto Carrie Bradshow dei poveri
E allora mi chiedo (I couldn’t help but wonder…):
In una società in cui tutto sembra lecito quando si parla d’amore, l’assenza di regole non diventa motivo di crisi?
Di sicuro, da brava figlia della mia generazione, l’idea di mettere insieme “regole” e “amore” mi fa storcere un po’ il naso. Ma sono anche convinta che il nostro caro Fromm, osservando la differenza nelle ambizioni e nelle prospettive sul futuro tra la sua epoca e la nostra, riuscirebbe a capirmi.
Non si tratta tanto di una mancanza di regole, quanto piuttosto di una crisi diffusa negli altri ambiti della società, una crisi che non può non intaccare anche la sfera emotiva, individuale e di coppia.
Ed è qui che mi viene in aiuto un altro pensatore, Bauman, che parlando di società ha inevitabilmente parlato anche d’amore.
Bauman descrive la nostra come la società del consumo, quella nata dopo il Caduta del Muro di Berlino: un’epoca che lui definisce “liquida”.
Una società liquida è, prima di tutto, una società dell’incertezza.
Se per Fromm amare è un’arte che richiede impegno, disciplina e presenza, per Bauman l’amore nella modernità liquida diventa qualcosa di più instabile, più fragile, quasi usa e getta. Riflesso di un meccanismo, quello del consumo, che adottiamo in quasi tutti gli altri aspetti della nostra vita.
L’amore allora, come lo conoscevamo da piccoli, sembra quasi cessare di esistere; non perché abbiamo smesso di desiderarlo, ma perché abbiamo smesso di saperlo sostenere.
In un’epoca in cui ci connettiamo continuamente, diventa inevitabilmente meno attraente la pazienza e la lentezza del concentrarsi su un solo rapporto.
La persona in questo caso, diventa quasi prodotto, e noi siamo abituati che quando un prodotto non ci soddisfa quasi immediatamente , possiamo sostituirlo.
E allora forse la vera domanda non è se l’amore sia cambiato, ma se siamo cambiati noi: se siamo ancora disposti a restare abbastanza a lungo da impararlo davvero.
Perché, come ogni arte, anche amare richiede tempo. E forse, nella fretta di avere tutto, abbiamo disimparato proprio questo.


“Get Ready With me” and “A Day in The life”: perché siamo così ossessionati dalle abitudini degli altri?
Quando abbiamo deciso che il mese di aprile sarebbe stato dedicato alle abitudini, mi è venuto subito in mente di cosa avrei voluto parlare in questo articolo del blog. Da un po’ di tempo, infatti, mi domando come mai io sia così ossessionata dalle routine altrui. Parlo di quelle che influencer, o aspiranti tali, pubblicano giornalmente su TikTok o Instagram, mostrandoci i loro Get Ready With Me e i loro A Day in the Life. Che si tratti di una preparazione mattutina o del racconto di una giornata intera, questi video non sono più semplici tutorial; sono narrazioni emotive, diari aperti che mescolano il banale con il profondo, il make-up con il trauma. Perché sì, se mentre ti trucchi con gli ultimi prodotti di Rhode mi racconti del divorzio dei tuoi genitori e di quanto abbia cambiato la tua infanzia, l’overstimolazione va alle stelle.

Ma perché non riusciamo a staccare gli occhi da questi video? La risposta è scritta anche nel nostro cervello. Osservare qualcuno che compie un'attività visivamente accattivante e metodica — come sfumare un ombretto o preparare una colazione estetica — attiva una serie di componenti neurologiche. È il potere del doppio stimolo: mentre l’occhio è distratto dal processo visivo (che funge quasi da ASMR), la mente si concentra sulla narrazione. Questo mix induce un rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore associato al piacere e alla ricompensa. È un’esperienza gratificante che ci spinge a restare fino alla fine del video, anche se la storia parla del motivo per cui quella persona ha litigato con la suocera.

Oltre alla scienza, ciò che questi video creano è un senso di intimità e appartenenza.
In un panorama saturo di contenuti troppo impostati, vedere un creator struccato e spettinato crea un legame immediato.
Le chiamiamo relazioni parasociali: ci sentiamo "besties" di Alix Earle solo perché ci ha invitato nel suo bagno, il luogo più privato della casa.
Certo, non prendiamoci in giro: siamo al picco del capitalismo. Questi video sono il motore del consumo; quel lip liner "senza cui non si può vivere" crea un bisogno immediato e voglio correre a comprarmelo. Ma oggi il formato si sta evolvendo: si passa dal consiglio per gli acquisti a riflessioni sulla salute mentale, sulla solitudine o sul bisogno di riposo.
Se il GRWM è il confessionale, il A Day in the Life è il film della vita quotidiana. Qui l'abitudine viene elevata ad arte. Rifare il letto o caricare la lavastoviglie smettono di essere incombenze e diventano rituali estetici. È la cosiddetta "Main Character Energy": l’idea che ognuno di noi possa essere il protagonista della propria storia, a patto di avere la colonna sonora giusta. Questi video ci danno un senso di ordine in un mondo caotico. Vedere qualcuno che gestisce lavoro, palestra e vita sociale in 24 ore ci regala una sorta di "produttività per riflesso" (anche se li guardiamo spalmate sul divano in pigiama).
Ma qui nasce il paradosso. Se da un lato ci sentiamo vicini a chi osserviamo, dall’altro il confronto con le nostre routine reali diventa estremo. Io non vado in palestra alle 7 del mattino. Non ho tempo di prepararmi un matcha latte perfetto prima di correre al lavoro o a scuola. Non ho voglia di contare i grammi di proteine del mio pranzo. La mia vita non è accompagnata da una colonna sonora curata, la mia camera non è sempre "estetica" e, onestamente, non lo sono nemmeno io. Non uso duecento prodotti per la faccia (e se lo faccio, spesso mi ritrovo solo con una bella irritazione). Non arrivo a 10k passi al giorno e l’unica cosa che voglio fare prima di dormire è fissare il soffitto o finire una serie TV.
